Hannibal – la serie TV

Giovedì scorso è iniziata la messa in onda su Italia 1 della serie Tv che vuole raccontare il prequel de Il silenzio degli Innocenti, il primo dei film sul cannibale Hannibal Lecter.

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Ovviamente, non si era nemmeno concluso il primo episodio che già quelli di Aiart si scagliavano come cani inferociti contro il programma. Io sono fortemente convinta che i membri di questo fantastico club di “facciamo polemica su tutto” non abbia -o quantomeno non sappia usare- il telecomando. Ma chi te lo fa fare di passare la tua vita a stressare il prossimo quando hai così tanti canali e un pc con film in streaming/dvd? Eddai!

Comunque, sarà che ho perso sensibilità, ma nei primi due episodi della seria non ho assolutamente riscontrato cose così truculente da dare gli incubi, anche se la fantasia di Fuller, il creatore è davvero visionaria. Certo non è un programma per bambini, nè per persone impressionabili, ma lo ha guardato persino mio padre che mi critica sempre per la mia predilezione per l’horror, il che vi fa capire che non ci sono scene esageratamente sopra le righe. Credo che ci sia decisamente di peggio in CSI, in onda in prima serata e perennemente da quando esistono le tv.
Hannibal gioca molto sul detto/non detto, ed il lasciare i dettagli all’immaginazione è una cosa che in un horror apprezzo sempre. Fa molta più paura che non spiattellare tutto davanti agli occhi dello spettatore, vedasi anche The Blair Witch project per intenderci.

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Torniamo al nostro serial (killer).
La mente che ha partorito la serie tv è Bryan Fuller, lo stesso di Heroes, che intende basarsi più sul libro di Harris, Red Dragon che sul film, nonostante l’ambientazione faccia un salto in avanti fino ai giorni nostri, anzichè rimanere nell’originario 1980.
Hannibal si propone di raccontare, come dicevo, gli inizi: in particolare quelli della relazione fra lo psicologo Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen), e Will Graham (Hugh Dancy), un brillante profiler del FBI, con la straordinaria capacità di empatizzare con i killer fino ad arrivare ad anticiparne le mosse. I due stringono una ben nota amicizia, Lecter per interesse professionale e per tenersi aggiornato sulle mosse delle FBI, Graham per avere un’ancora che gli impedisca di sprofondare nel vortice delle menti che analizza. La prima stagione si compone di tredici episodi, ma se ne preannunciano una quantità elevata, visto l’annuncio di voler girare almeno 7 stagioni.
Mi sembra un numero veramente esagerato, calcolando che su Hannibal c’è una quantità di materiale talmente elevata da non lasciare spazio per troppe manovre… ma visti gli inizia, staremo a vedere che cosa ne uscirà!
Una cosa che ho trovato divertente e un po’ spiazzante è che per una volta lo spettatore conosce esattamente le carte in tavola: noi sappiamo che Hannibal è un cannibale, mentre gli altri personaggi no, anzi, ci si basa così tanto sulle nostre conoscenze pregresse che, almeno all’inizio, non si fa praticamente cenno a questo dettaglio. Sebbene Hannibal si diletti a offrire succulenti pranzetti a chiunque.

Nonostante questo conoscere già i dettagli, i primi due episodi sono stati ben congegnati e lasciano sperare in una stagione gradevole. A conti fatti, ci troviamo di fronte all’ennesimo poliziesco, poichè accanto alla storia principale, in ogni episodio ci sarà un caso su cui i protagonisti dovranno indagare e questo a lungo andare annoia, soprattutto a causa della saturazione televisiva data da questo genere (ma quanti ce ne sono in circolazione?). Non mancano comunque una certa dose di innovazione e la volontà di stupire lo spettatore. L’elemento poliziesco sembra essere stato concepito più per sfogare la fantasia del creatore delle serie che non per ripiegare sul già detto, come ci si accorge subito vedendo la tipologia dei crimini trattati, ma non raggiunge comunque risultati diversi da tutti gli altri.

Una morte degna di nota per l'impatto scenico

Una morte degna di nota per l’impatto scenico

Ottimo è anche il cast, in particolare il personaggio di Hannibal è rappresentato molto bene e risulta particolarmente intrigante, ma la recitazione di tutti gli altri, Will compreso, non è da meno.
L’inizio, a mio parere, è buono ma non buonissimo, resta da sperare che gli altri episodi siano di maggior livello, o almeno, che non facciano rimpiangere i primi.

Nel complesso, attualmente valuterei questa stagione tre stelline e mezzo su 5, ma chissà che non salga!

Hannibal va in onda ogni giovedì a partire dalle 21:10, dopo l’onnipresente CSI per interderci.
Buona visione!

films#4: Una notte da leoni 3 (l’epilogo)

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Diciamo la verità, era palese che Una notte da leoni 3 sarebbe stato un triste epilogo, lo si capiva già in parte dal precedente. Non sono mai stata fa quelli che si aspettavano qualcosa di epico, ma sono sempre piuttosto scettica su sequel e prequel. Eppure, dopo aver riso così tanto con il primo e anche con il secondo, non ho potuto non andare al cinema per completare “il percorso”. In parte lo devo anche a Bradley, uno dei miei attori preferiti di sempre. (Ma quanti film sta girando Bradley? Ultimamente ne ho visti davvero un sacco!).

Il funerale: una delle scene ben riuscite

Che dire del film? Questa volta si è tentato di cambiare il format, ossia, niente più addii al celibato e matrimoni, ma un funerale e una parvenza di trama. Credo che quest’ultima parte più la volontà di chiudere il cerchio ricollegandosi ad ogni costo al primo siano state le cose che hanno decretato l’insuccesso del film.

La trama è semplice: muore il padre di Alan (Zach Galifianakis), così Doug (Justin Bartha), Phil (Bradley Cooper) e Stu (Ed Helmes) si riuniscono per convincere Alan ad entrare in una clinica per risolvere i suoi problemi.

Alan decide di accettare, a patto che sia “il branco” ad accompagnarlo. Per strada i quattro vengono speronati da un tir, da cui poi scende uno squadrone guidato da “Doug nero” (lo spacciatore del primo film) e dal suo capo Marshall. Come in ogni film, Doug bianco viene subito messo fuori gioco, preso come ostaggio dallo squadrone. Per riaverlo Alan, Phil e Stu devono ritrovare Mr. Chow e costringerlo a restituire i soldi rubati a Marshall.

Grazie ad Alan, che è sempre rimasto in contatto con Chow, i tre lo ritrovano, ma solo per farsi fregare e perderlo nuovamente. Fra una disavventura e l’altra, il gruppo ritornerà a Las Vegas, nella suite del Caesars Palace, dove tutto ebbe inizio e dove tutto finirà.

 Il terzo episodio di Una notte da leoni, non è altro che un pallido riflesso di quello che sono stati i precedenti due. Come dicevo, un punto debole è sicuramente la trama, che a tratti è un po’ troppo sopra le righe, nel tentativo di dare un taglio più da action movie, e il voler a tutti i costi collegarsi al primo in ogni dettaglio. La trovata di far tornare tutti a Las Vegas non è male, ma al di là di questo c’è un gioco di richiami un po’ troppo esagerato.

Mr. Chow poi, se è ottimo come personaggio secondario, altrettanto non lo è come primario, finisce quasi per annoiare e non fa granchè ridere. Lo ho sempre visto come un personaggio poco riuscito e in generale a me sta davvero troppo antipatico, non ho gradito molto la scelta di espandere il suo ruolo in questo modo.

In tutto il film si avverte una nota di “forzatura” che non permette di goderselo a dovere, come ad esempio la quantità di morti che i tre si lasciano alle spalle, degno di una film d’azione, ma non di un film comico e comunque non di Una notte da leoni; Stu, Phil e Alan centrano poco o niente con James Bond, è inutile calcare la mano. Alla fine Mr.Chow arriva praticamente ad essere il Deus ex machina che al momento opportuna libera “il branco” dai suoi problemi uccidendo tutti, ma senza che siano loro a sporcarsi le mani. Della serie, ci siamo ritrovati con una storia che non sappiamo concludere…che si fa?

Ci sono comunque scene geniali, che fanno morire dal ridere, almeno su questo punto sono rimasta colpita, il problema è tutto quello che c’è fra queste scene di comicità superstite. A tratti mi sono davvero goduta il film, tuttavia, tirando le somme, credo che questa volta “il branco” sia stato troppo mediocre e per un film di questo tipo che sta in bilico fra la banalità e la genialità basta poco a cadere di sotto. Questa volta Una notte da leoni non ha saputo mantenere questo equilibrio.

Voto: 6 (e solo perchè ormai il branco mi piace)

Films #3: Come un tuono

Parliamo ancora di film. Io amo andare al cinema, ormai lo avrete capito, quindi su questo blog si parlerà spesso di film, sia nuovi che vecchi.

Ieri approfittando del costo ridotto del cineforum, sono andata al cinema a vedere Come un tuono (The Place Beyond The Pines). Un giorno vi toccherà ascoltarvi la mia polemica sulla traduzione italiana dei titoli. Tutto sommato, nonostante sia completamente diverso, questa volta ci hanno pure preso, in fondo la frase clou del film, quella che sarà ricordata è proprio:

“se vai veloce come un fulmine, presto ti schianterai come un tuono”.

Trama:

Luke (Ryan Gosling) è un motociclista tatuato e teppista che gira il mondo facendo spettacoli in moto. La sua vita sarà sconvolta, nello scoprire che Romina (Eva Mendes) ha avuto un figlio da lui, che al momento del loro incontro ha già un anno. Da qui prende il via il racconto di vai drammi umani: Luke decide di smettere di vivere alla giornata e di diventare un padre, ma la sua frustrazione è sempre più grande quando si rende conto che non può mantenere il figlio, nè Romina, che vive ormai con un altro uomo, più affidabile.

Qui entra in gioco Avery (Bradley Cooper) che secondo la trama, è “un poliziotto che farà di tutto per incastrarlo” , beh, non è vero. L’incontro fra i due è breve quanto casuale. Avery ha la sfortuna di trovarsi, il suo primo anno di servizio, a rincorrere (per un unica sera) un ormai disperato Luke e di qui le cose non andranno che peggiorando per tutti, o quasi.

Luke e il figlio

Cosa ne penso?

Questo non è che l’inizio del film , ma non posso andare oltre per non rovinarvelo. Nella recensione però non posso fare altrimenti, e almeno qualcosa devo svelarvi, quindi, se volete vedere il film non proseguite.

Partiamo dalle cose che più mi sono piaciute, ossia gli attori. Rayan Gosling e Bradley Cooper sono eccellenti nei loro ruoli (tralasciando il pessimo doppiaggio di Cooper, che ogni volta mi rattrista). Altra cosa molto buona, è l’idea che sta alla base del film, ossia, tutta una serie di drammi umani, legati fra loro tramite il breve incontro tra Luke e Avery, ma che avranno ripercussioni molto durature, tanto da condizionare anche la vita dei figli di entrambi. Fra l’altro dei drammi del tutto plausibili e mai portati all’eccesso. Interessante sono sia la figura di Luke, ma ancora di più quella di Avery, un poliziotto che stranamente non è una dura macchina di morte, ma un essere umano leale e capace di pietà (almeno all’inizio).

Cosa non mi è piaciuto. Le scelte di regia. Il film è lentissimo, ma davvero troppo. Sembra che la costante del film sia far guidare le persone su strade boschive e/o sterrate. Fra un evento e l’altro c’è sempre una scena del genere, che sia in macchina, in moto e in bici, l’apice degli eventi è sempre coordinato a questo. Sono troppe. L’impressione finale è che il dramma umano faccia da contorno al tema principale, ossia un documentario sulle strade americane. Anche i continui primi piani degli attori alla fine risultano noiosi. Va bene aggiungere enfasi in questo modo, ma ogni tanto è piacevole anche avere un po’ di contorno. Non è un film facile, già è difficile avere a che fare con un personaggio problematico, quando poi sono così tanti, lasciare il giusto spazio ad ognuno non è semplice.  Derek Cianfrance si è avvicinato, ma non ci è completamente riuscito e più il film procede, più si perde in cose inutile e prive di attinenza, finendo per annoiare a morte lo spettatore. La cosa che ho pensato mentre guardavo la pellicola è stata: “In mano ad un altro regista sarebbe stato un gran film”.

Ultima annotazione, la scena dell’incontro fra Luke e Avery è quella che cambia tutto, dovrebbe essere enfatizzata al massimo, e forse Cianfrance ci ha anche provato, di fatto sembra una parodia di un inseguimento guardia e ladri dei film polizieschi. Imbarazzante, è il punto di massima caduta di stile.

Presupposti ottimi, risultati mediocri.

Voto: 5,5

films #2: 100 feet, perimetro di paura

Rieccoci qua,

fra i miei generi preferiti, sia per letture che per film ci sono gli horror. Purtroppo ultimamente al cinema non ne combinano una giusta in questo ambito, perfino Dario Argento con il suo Dracula 3d ha perso colpi. Ogni tanto comunque, giusto perché la speranza è sempre quella di trovare qualcosa di valevole, tiro fuori qualche titolo e provo a visionarlo.

L’altro giorno, mi sono messa a guardare un horror del 2008, 100 feet, tradotto in italiano con Perimetro di paura.

locandina

La storia è quella di Marnie, una donna maltrattata dal marito, che finisce per ucciderlo per difesa personale. Dopo aver scontato i dovuti anni di carcere, viene spostata agli arresti domiciliari, con l’obbligo di rimanere entro 100 piedi (30 metri e qualcosa) dal rilevatore. Sfortunatamente per Marnie, suo marito ha subito pressapoco la stessa sorte, e il suo spirito, parecchio vendicativo, è legato alla casa dove è morto e continua a picchiarla.

All’inizio questo film mi ha fatto quasi ricordare i buoni vecchi horror di una volta.  Marnie è un personaggio meraviglioso, non la solita scema che si rifugia nell’angolino a piangere (la locandina, riproduce l’unica scena in cui succede, e a ragione comunque) o che fa l’esatto contrario di quello che farebbe una persona normale braccata da un fantasma. Marnie sa di essere sola, di non poter farsi aiutare da nessuno e di essere in grave pericolo, ne prende subito atto e senza piangersi addosso, agisce di conseguenza dichiarando guerra allo sgradito inquilino, e rimarco agisce (finalmente!). Ottimo personaggio interpretato da un’ottima attrice (Framke Janssen).

Il cattivo, un fantasma molto violento, perfetto ingrediente per un buon horror, è inarrestabile, non ha sentimenti di qualsiasi genere se non una furia ossessiva. Non fa apparizioni tanto per fare “bu”. Ottimamente riuscito anche lui.

Mi è piaciuto anche il fatto che il regista non si è lanciato nella solita serie di sanguinamenti e uccisioni fini a se stessi. Il tema della donna, prima abusata dal marito nonostante le continue denunce e poi evitata da tutti nel momento in cui sceglie di reagire, trova un suo spazio di riflessione all’interno del film. La sua disperazione e la sua solitudine sono resi molto bene.

Ci sono un po’ di inesattezze, come ad esempio il fatto che i 100 piedi famosi siano incredibilmente corti vicino alla porta d’uscita e incredibilmente lunghi ai piani superiori o sul retro della casa..mah!

Ma poi arrivò la Disney, e ahimè decretò la fine di un tanto promettente inizio.

A favore del regista, va detto che si è difeso bene dal lieto fine condito di buonismo gratuito e bacio finale, evitando gli ultimi due. Ciò non basta a ripagare lo spettatore dalle scene imbarazzanti e dell’ultima parte del film che scade veramente tanto.

Una particolarmente fuori luogo è quella dell’ultima apparizione dello spirito del marito di Marnie: lei lotta per fuggire all’incendio di casa sua quando lui le si para davanti impedendole di proseguire. Qui parte il rallentatore come nei migliori film d’azione, del tutto inutile e fuori luogo, quasi comico. Il fantasma si muove a rallentatore, lei si muove a rallentatore….e scopre come dare pace allo spirito di lui. Una scena terribile e un po’ assurda anche, oltre a dare la netta sensazione del solito trionfi dell’ammmore.

Il fatto poi che Marnie scopra fin dall’inizio cosa tiene il fantasma legato a lei, e non se ne liberi che nell’epica scena finale, fa rimanere un po’ perplessi, un po’ troppo perplessi. Un’eroina tanto interessante e lascia correre una cosa così grossolana?

Voto: 6,5 

Il film del mese

Per la serie chi non muore si rivede!

Si, abbandonare un blog neonato non è il massimo, ma che volete, ogni tanto mi toccano gli esami. Finalmente la sessione è finita, e ho già iniziato le lezioni ovviamente, vabbè, ormai ci ho fatto l’abitudine.

Parliamo di qualcosa di più divertente, cioè una delle mie passioni: il cinema. Fino a pochi anni fa ci andavo molto spesso, poi ho iniziato a disertarlo e a ripiegare su vecchi film, perchè onestamente, beccare un bel film nuovo è quasi come cercare il proverbiale ago nel pagliaio! Con quello che costa il cinema ultimamente poi (qui sono arrivati a ben 8,50 euro!), andare a caso non è molto allettante.

Immaginate il mio stupore quindi questo mese trovandomi al cinema per ben due volte, ed entrambe le volte uscire ampiamente soddisfatta del film visto! Così questo mese vi consiglierò due film anzichè uno come avevo pensato.

Il secondo gradino del podio va a: Cloud Atlas

Ok, vi dico la verità, sono andata a vederlo solo perchè i registi sono i “fratelli Matrix” (non spaventatevi, ma uno dei due ora è diventato Lana!), e Matrix è un film curato e fatto molto bene. Purtroppo non avevo mai sentito parlare prima del libro omonimo di David Mitchell, ma rimedierò.

Il film è leggermente intricato, poichè ci troviamo a seguire in contemporanea ben sei storie diverse, collegate tramite molti giochi di richiami, dai tatuaggi alla storia di una misteriosa divinità, ma prima di tutto da storie di reincarnazione e di azione/conseguenza. Si parte dal passato, con la storia di uno schiavo nero fuggitivo (1849), passando per un geniale pianista gay (1936) il cui amante entrerà in contatto diretto con una giornalista che indaga attorno a una centrale nucleare (1972). Si affronta poi in modo ironico il tema degli anziani, rinchiusi e abbandonati nelle case di riposo (2012). Si passa quindi al futuro, con la storia di Sonmi, un automa che sviluppa sentimenti umani e che si ritroverà a capeggiare una rivolta contro il regime totalitario di Neo Seoul (2144) e in un futuro ancora più remoto in cui società di tipo tribale, che hanno scordato tutta la tecnologia umana, convivono con pochi Prescenti, coloro che invece la ricordano ancora (2321).

Il film è curato fin nei minimi dettagli, le scene futuristiche sono spettacolari,  non di quelle esageratamente pesanti o assurde, altamente godibili, sono quelle che ho preferito, senza nulla togliere alle altre ambientazioni più attuali. Ho gradito molto anche le scene riguardo agli anziani, che pur trattando un tema importante, con la loro ironia, portavano dei momenti di stacco dalle tematiche impegnative delle altre storie, e anche qualche risata. Interessante poi la scelta di far recitare più ruoli a molti degli attori, che erano però quasi irriconoscibili dall’uno all’altro! Non lasciate la sala ai titoli di coda, ma aspettate di vedere, subito dopo, le trasformazioni dei vari attori.

Non vorrei rivelarvi troppo, nè dilungarmi, quindi vi invito a vedere il film da voi, ne vale proprio la pena.

Voto: 4/5

Il secondo film di cui vi voglio parlare è in assoluto uno dei film migliori che abbia visto ultimamente: Les Miserables

Si tratta di un musical (le canzoni sono le medesimo del musical teatrale). La scelta innovativa è però quella di far cantare gli attori mentre recitano, non aggiungendo in seguito le versioni da studio, come avviene solitamente. Si tratta sicuramente di una scelta ardita, soprattutto visto che a cantare non sono professionisti ma attori. Devo dire che la differenza si sente, il canto non è sicuramente a livelli altissimi, ma è comunque godibile, e ogni nota stonata o poco potente scompare completamente davanti al carico di patos che gli attori riescono a creare, primi fra tutti i due candidati al premio Oscar: Hugh Jackman e Anne Hathaway. Si quest’ultima in particolare ho rimpianto non poco la brevità della parte. Un’interpretazione da vedere assolutamente. Il film segue bene la trama del libro, e nonostante raggiunga quasi le tre ore e sia solo sottotitolato (cosa che personalmente approvo), non annoia mai. Ho avuto i brividi in certe scene, e Jackman mi ha lasciata senza parole per le sue capacità interpretative, oltre che avermi quasi commossa per la sua grande umanità, mi ha veramente stupita!

Russell Corowe, che interpreta un ottimo Javert, più umano e meno cattivo di quelli cui siamo abituati, ha purtroppo una voce davvero poco potente, unica pecca che gli si può imputare, anche se in scene come quella di “Stars” si arriva ad apprezzarla comunque. Mi è piaciuto davvero il suo modo di impersonare Javert, all’inizio pensavo non ce l’avrebbe mai fatta, con quello sguardo malinconico che si ritrova, invece è stato sorprendentemente all’altezza del ruolo.

Ottimi anche i costumi e le ricostruzioni storiche, non avrei potuto chiedere di meglio. Consigliatissimo anche questo!

Voto 4,5/5